martedì 7 maggio 2013

L'evoluzione è buona o cattiva? (note a margine di un quesito mal posto e considerazioni sul linguaggio)


 "(...) per come la vedo io l'evoluzione è semplicemente un modello interpretativo della realtà. Il giudizio morale è qualcosa di applicabile in contesti linguistici diversi (l'evoluzione può essere buona nel senso di buona teoria esplicativa ma non buona come potrebbe esserlo un uomo buono di cuore). Insomma parliamo di piani linguistici differenti perchè connotati in maniera diversa e retti da regole diverse. Con questo non intendo dire che non si possano accostare nel linguaggio piani diversi, il linguaggio è pluriplanare in questo senso. Ma questo accostamento, a mio avviso, ci mostra più che altro qualcosa sul funzionamento del linguaggio".


In che senso la domanda sull'evoluzione rivela qualcosa sul linguaggio, e cosa c'entra il linguaggio con l'evoluzione?
"La proposizione "l'evoluzione è cattiva" potrebbe essere l'incipit di un romanzo, o l'inizio di una poesia, o di un film. Se mi approccio però a questa frase con una lente filosofica è un accostamento di un predicato ad un soggetto che non mi apre ad una comprensione contenutistica (perchè è priva di senso sotto quel punto di vista, se appunto espunta da quei contesti) però mi fa riflettere sulle possibilità del linguaggio di poter combinare parole che a seconda del contesto appartengono o meno a tipologie che possono essere accostabili (giochi linguistici wittgeinsteniani), quando dico invece che il linguaggio ha a che fare con l'evoluzione non mi riferisco semplicemente al fatto che esso dalla sua comparsa ha condizionato l'evoluzione, ma che essendo la teoria dell'evoluzione nata nel linguaggio il funzionamento di quest' ultimo condiziona fondamentalmente anche le strutture basilari della teoria dell'evoluzione (dall'approccio teleologico, al dispiegamento di un certo tipo di temporalità insite nella teoria stessa così come in tutte le teorie)".

Mi sembra ovvio che nel linguaggio si mischino temi e vocaboli da diversi ambiti. Cosa c'è di problematico in questo?
"Qui si parlava della bontà dell'evoluzione, io intervenivo dicendo che più che all' evoluzione questa affermazione mi faceva pensare al funzionamento del linguaggio, perchè intravedevo in quella frase un uso "pluriplanare" del linguaggio, ovvero l'accostamento di piani linguistici diversi. Per te è ovvio che il linguaggio funzioni così, per me è questa ovvietà che bisogna indagare, perchè dal linguaggio comune nascono i linguaggi più specifici e alla fine anche quelli tecnico-scientifici. Una teoria non esiste al di fuori del linguaggio che la formula, il linguaggio nella quale è formulata deriva dal linguaggio comune, il linguaggio comune è ciò che articola il pensiero e quindi anche la realtà che viene teorizzata. In questo modo capisci come la realtà di cui tu parli è linguistica, e non c'è una fantomatica essenza extra-linguistica della teoria che piegherebbe il linguaggio a seconda della sua essenza. Non si tratta dell'oratore che vuole piegare la realtà alla fascinazione del linguaggio, si tratta di comprendere questa coappartenenza originaria di logos e senso per cui si può dire che le strutture del linguaggio (ordinario) e quindi dell'articolazione del senso condizionano e anzi informano qualsiasi teoria.
Con questo non voglio dire che non esista nulla al di fuori del linguaggio/senso, solo che anche questo "al di fuori" del linguaggio ricade nel senso e nel linguaggio.

Ma com'è possibile quello che asserisci? Se una teoria dipende dal linguaggio, allora la teoria dell'evoluzione per un giapponese dovrebbe essere diversa, per esempio, dalla stessa teoria formulata in inglese!? Inoltre dici che le teorie derivano dal linguaggio comune.. A me piuttosto sembra il contrario: molto spesso è il linguaggio comune a prendere in prestito vocaboli da teorie scientifiche o da ambiti molto specialistici..
"Proviamo così: i miei interventi erano sintetici e mi fai capire che dovrei portare alla luce una serie di considerazioni che sono alla base del mio discorso, e che avevo lasciato impliciti. Se ho lasciato intendere di voler affermare che la teoria dell’evoluzione possa cambiare a seconda della lingua in cui viene espressa, evidentemente, almeno su di te, la mia argomentazione ha avuto un effetto deformante rispetto a ciò che intendevo.
Per fugare ogni dubbio: una teoria mantiene le sue prerogative indipendentemente dalla lingua in cui la si esprime, così come un calcolo riamane invariato indipendentemente dalla lingua di chi lo fa. Se Einstein fosse stato giapponese la teoria della relatività sarebbe sempre la stessa.
Detto questo provo a spiegare in maniera meno criptica in che senso per me il linguaggio condiziona la teoria, e mi prendo un po’ più di spazio per argomentare. Anche perché molte delle tue considerazioni dettate dal buon senso si fondano su presupposti nebulosi. I temi di portata filosofica che entrano in gioco per chiarire il discorso sono molti: linguaggio umano-linguaggio animale, la rappresentazione scientifica come descrizione perfettiva di un universo in sé, l’assimilazione da parte del linguaggio dei tecnicismi..
Innanzitutto bisogna specificare che parliamo di linguaggio e non di lingua. Non parlo della lingua di questa o quella popolazione, di questa o quell’epoca, parlo del linguaggio in generale, del linguaggio degli uomini da quando si è sviluppato ad oggi. Per linguaggio quindi intendo la capacità umana di produrre e comunicare senso (due meccanismi interrelati), da distinguersi dal linguaggio animale.
E qui c’è già un primo nodo fondamentale del discorso. Dividiamo la comunicazione animale dal linguaggio umano. Capiamo qual è la specificità che differenzia l’uno dall’altro.
Diceva il filosofo che le cose sono “prive di mondo” (un sasso giace lì senza aver la capacità di relazionarsi all’alterità), gli animali sono “poveri di mondo” e gli uomini sono “costruttori di mondo”. L’animale, di base, ha la possibilità di entrare in relazione con l’altro, l’uomo oltre a entrare in relazione con l’altro riesce a fare un passo ulteriore, che all’animale è precluso. Si relaziona alla relazione. Come se prendesse le distanze dal suo essere in relazione-con, per orientare ulteriormente, dal di fuori, la stessa relazione nella quale è compreso.
L’animale quindi entra in un rapporto, l’uomo pure, ma l’uomo, inoltre, si rapporta al rapporto.
Faccio qualche esempio. Un cane potrebbe imbattersi frequentemente in un branco di altri cani che hanno un comportamento aggressivo nei suoi confronti. Il cane potrebbe imparare ad evitarli oppure accapigliarsi costantemente con questi. O alla fine integrarsi. Tutti modi di “fungere” il rapporto nel quale è compreso. Modi cioè di orientarsi NEL rapporto. Un uomo, in contesti sociali nei quali non è accettato può isolare (astrarre) la situazione stessa. Considerare quindi una sorta di “modello” che comprende se stesso e il contesto ostile e analizzare, in base ad una serie di considerazioni di vario genere, le motivazioni e le cause, gli effetti di tali comportamenti, le possibilità di azione, e inoltre, decidere di farsi accettare con l’inganno, scrivere un romanzo su quella situazione, elaborare una teoria socio antropologica per la quale tra le classi sociali di una particolare località del mondo, per via di una serie di episodi storici, si è sedimentata una forte rivalità. Oppure potrebbe decidere che quella situazione è ingiusta, o di ignorarla e non dargli peso. In questo senso l’uomo riesce a oggettivare quella situazione, immobilizzarla al di là della sua evenienza fattuale e, in base ad una decisione, può mettere in atto una strategia.
L’animale non può fare questo. All’animale non capiterà mai di pensare, prima di addormentarsi, a come risolvere il problema dei cani che mostrano aggressività nei suoi confronti. L’animale, come detto, si rapporta nel rapporto, l’uomo si rapporta al rapporto.
Stessa cosa accade con il rapporto che si viene a creare tra gli animali e le cose da una parte e gli uomini e le cose dall’altra. L’animale non conosce strumenti. Può servirsene volta per volta per raggiungere un obiettivo, come i criceti che imparano a far girare la ruota per avere del cibo, i cani che aprono le porte poggiandosi sulle maniglie, ma per l’animale la cosa è un ente utilizzabile solo occasionalmente. Per l’uomo le cose utilizzabili diventano caratterizzate dalla loro funzione: quel pezzo di ferro è una scala, sia perché ci si sale sopra, sia perché nel momento in cui può astrarsi dal rapporto in cui incontra la scala come utilizzabile guarda dall’esterno questo rapporto e vede una scala che può essere di dimensioni, foggia e colore diversi a secondo dell’utilità, del gusto estetico, del ruolo che questa deve avere (se ad es. fosse un semplice orpello scenico in una rappresentazione teatrale, questa sarebbe considerata più per i colori e l’apparenza che non per la sua funzionalità).
Insomma l’uomo si rapporta al rapporto. Entra in contatto con l’alterità, se ne astrae oggettivandola e orienta il rapporto stesso.
Il linguaggio umano è quindi questo territorio in cui si dispiegano vari “modi” di rapportarsi al rapporto.
L’uso raffigurativo del linguaggio, la capacità di chiamare in un certo modo una cosa che è lì fuori di noi, è uno dei tanti modi di usare il linguaggio (insieme al mostrare, inveire, indicare, chiamare, performare,ingannare..). L’evidenza intuitiva del nostro essere posti innanzi ad un mondo fatto di cose altre da noi e indipendenti dalla nostra sfera ci porta a ipostatizzare l’uso raffigurativo del linguaggio e ad esaurire in esso la concezione che si ha del ruolo del linguaggio in generale. Il linguaggio raffigurativo inteso come unico linguaggio rafforza la convinzione che la realtà sia del tutto indipendente da esso.
Ma se consideriamo come le parole determinano e delineano la realtà inventandola (da "inventio" cioè scoprire) capiamo come non siamo solo passivi rispetto ad una realtà esterna che ci si imporrebbe nostro malgrado. Una serie di esempi: culture che hanno vari nomi per delineare quello che noi identifichiamo come lo stesso colore hanno più colori. Nell’antica Grecia a molti fenomeni atmosferici era collegata una precisa divinità e non una causa fisica. Quelle divinità esistevano lì fuori come oggi esiste il vento freddo generato dalla presenza di un’area anticiclonica. Ciò che è unitario può essere composito e viceversa a seconda del numero delle parole che usiamo per riferirci ad esso: potrebbe esistere una cultura che tra il tronco e il ramo di un albero non fa distinzione, se quella cultura fosse l’unica non esisterebbero tronco e rami ma solo alberi.
Postulare la presenza in sé di ciò che esiste nel linguaggio al di là del fatto che esso esista nel linguaggio, e quindi nel rapportarsi al rapporto, è una mossa metafisica che non ha fondamento, con ciò chiaramente non si nega la realtà “esterna”, ma che essa sia fuori dal corpo dell’uomo non vuol dire che sia indipendente dal linguaggio/pensiero.
Quindi il mondo non è indipendente dal linguaggio che lo inventa. A questa conclusione arriva tramite percorsi differenti anche la scienza, quando per es. con la teoria dei quanti afferma che l’osservazione condiziona il fenomeno osservato.
Quindi abbiamo uno specifico linguaggio umano, che articola anche il pensiero, il quale si dà nella forma del linguaggio, e che presenta vari usi. Uno di questi usi del linguaggio è quello di produrre teorie per interpretare la realtà, così come formule per descrivere certi aspetti di essa. La matematica per es è un linguaggio. In che senso questi linguaggi che tu chiami “speciali” derivano da quello comune? Non nel senso di “influenza strettamente linguistica”: come dici tu sono spesso invece le parole tecniche che influenzano il linguaggio comune etc. Ma questa è un’osservazione linguistica, quello che voglio sostenere qui è che il linguaggio umano, la cui specificità abbiamo indagato fino ad ora è la condizione di possibilità dell’esistenza dei linguaggi tecnico scientifici, che per quanto, come dici tu, inventano “concetti speciali” in realtà possono garantirsi la caratteristica dell’esattezza e dell’universalità (intersoggettiva) quanto più il loro formalismo si fonda su di un’astrazione-semplificazione (oggettivazione) condivisa della realtà. Quindi i linguaggi tecnico-scientifici sono un modo di guardare volta per volta ad aspetti della realtà che in un certo senso anche qui vengono “inventati” nel senso di scoprire e costruire allo stesso tempo, in base al tipo di sguardo che si applica. Alla finalità del rapportarsi al rapporto rispetto all’elaborazione della teoria. Una teoria viene sostituita da un’altra se questa non è + conforme alla realtà, ma di solito, allo stesso tempo, quella realtà non è più conforme alla nostra teoria perché è cambiato il nostro sguardo su di essa. (Il postulare un in sé, al quale piano piano aderiamo sempre di più con teorie sempre più calibrate è un mito di influenza scientista, non si capisce perché e come ci si avvicini sempre di più a questa realtà inaccessibile: il modello può servire come schema di funzionamento dell’uso raffigurativo del linguaggio, ma non come spiegazione ontologica della realtà).
Quindi il linguaggio generale è il terreno dal quale nascono i vari usi del linguaggio, tra i quali anche quelli più “formalizzati”. In questo senso dal linguaggio comune derivano quelli scientifici: considera questi ultimi come degli insiemi contenuti nell’insieme più grande del linguaggio tout court. Quest’ultimo tra l’altro può contenere le parole tecniche come dici tu e non viceversa, ma sui linguaggi scientifici si può ragionare (meta discorso) con il linguaggio tout court e non viceversa (posso chiedermi “cosa vuol dire questa teoria” “cosa indica quel calcolo” “perché sto calcolando quella traiettoria, quali sono le mie finalità” o anche “qual è l’essenza del calcolo”).
Arrivati a questo punto dovrebbe essersi fatta luce sulla mia asserzione di prima, in base alla quale non è fuori luogo sostenere che il linguaggio condizioni la teoria. Perché il linguaggio informa la struttura del pensiero, e quindi informa anche qualsiasi teoria in base alle sue strutture, al particolare modo di rapportarsi al rapporto, all’uso che se ne fa. Gli esseri umani concordano nel linguaggio perché concordano in quanto forme di vita, perché hanno simili reazioni prelinguistiche, hanno diciamo una maniera comune di funzionamento simbolico, ma tutto ciò è molto problematico perché gli stessi concetti che usiamo per delineare il funzionamento extra-linguistico sono generati nel e dal linguaggio. Da qui la gettatezza messa in risalto da alcune filosofie contemporanee"

(brani tratti da miei contributi nel forum di filosofia di www.riflessioni.it) 
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